È quando mi manca l’aria che scopro l’importanza del respirare…

Il movimento metodico del petto che si gonfia e si sgonfia e mi rianima senza sosta per una vita intera viene messo in discussione quando mi vedo boccheggiare affannato dalla routine.
Movimenti uguali. Inspirazione uguale all’espirazione.

Ma non sempre. Non è sempre così. Capita che alle volte si abbia la sensazione di inspirare più di quanto si butti fuori.

L’abbraccio un amico, gli occhi di una persona che ami.
Un luogo, un momento destinato a essere passeggero, momentaneo.

Inspirare. Anche emozioni che come molecole straordinarie si legano alchemicamente all’ossigeno che incorporo.

Il torace che si gonfia più del solito in un attimo che vorrei trattenere in apnea. Litigando con l’abitudine istintiva di lasciar scorrere l’aria. Il tempo.

Ma un respiro più profondo, ostinato, butta dentro tutto: un gesto, uno sguardo, un sapore, una musica… dentro! Anche le sensazioni tattili, fisiche hanno un loro passaporto. E vanno oltre i polmoni. Trovano la strada di un’anima che sento finalmente viva e libera come una cicogna che plana.

Poi un sospiro leggero butta fuori l’anidride carbonica, il veleno, le tossine. Mi accorgo che il peso di ciò che espiro non è uguale a ciò che era prima entrato.

E’ rimasto dentro qualcosa. Emozioni come seme di una parentesi di vita che si stabilisce lì. Nella parte fertile della mia più nascosta intimità. Diventando ricordi. Eterni.

Rimangono vagiti di rinascita. Gemiti di appagamento che come lucchetti gentili trattengono ma non rendono prigioniero quello che per un istante, un solo istante mi ha fatto mancare l’aria. Salvandomi.

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