Un’esperienza con Giuseppe Alesci.

E’ passato un mese.

Al termine della mia settimana siciliana, mi arriva la notizia che non volevo avere. Giuseppe non c’è più.

Avevo in mente di chiamarlo proprio in quei giorni per proporgli una seratina insieme. Un’altra. Alla fine, tra un impegno e l’altro, non l’ho fatto.

Un abbraccio al padre, una bacio alla mamma e via subito da casa sua già piena dei suoi amici.

Li ho guardati bene i suoi compagni. avevano la stessa espressione che avevo io 21 anni fa, quando il giorno dopo della mia maturità magistrale, una mia compagna ci lasciava per un incidente.

Eravamo come sospesi dentro un’esperienza con cui avevamo a che fare per la prima volta. La morte di un coetaneo. Non avevamo idea di come reagire. sembravamo non essere in grado di capire e di misurarci con un dolore che non deve appartenere alla freschezza di quegli anni.

Ho rivisto quella scena osservando gli amici di Giuseppe fuori tra un sorriso terapeutico, lo smarrimento e l’iperattività di chi aveva bisogno di fare, dire, organizzare forse per esorcizzare o non rassegnarsi all’immobilità della fine di un amico.

Quel giorno, davanti casa di Giuseppe, ho preferito allontanarmi subito e lasciarlo allo sguardo di chi con lui aveva spartito esperienze simili, magari tante prime volte: una birra, una stanza fuori città, una confidenza e nel caso di Giuseppe, anche una chitarra.

Ho anche io un ricordo legato a lui. Mi sono chiesto se fosse stato il caso di condividerlo con gli altri oppure tenerlo per me.

Oggi, a un mese dalla sua scomparsa e dopo essermi confrontato con suo padre, ho deciso di rendere pubblico questo mio ricordo. Perchè è stato un momento felice della sua vita e un piccolo sogno che ha realizzato ed è giusto che i suoi amici più cari vedano che tante piccole cose le ha realizzate nonostante la breve permanenza tra noi.

Vi racconto.

Un paio di anni fa.

Sapevo di Giuseppe, sapevo che non stava bene e che faceva le sue terapie non lontano da dove vivo.

Lo conoscevo perchè faceva parte di quella generazione di “scuzzuni” (ragazzini) di Barcellona Pozzo di Gotto che avevano imbracciato una chitarra. Le prime band, le prime prove in sala, le prime seratine… Ragazzi che uno come me guarda crescere con affetto.

Angelo Mazzeo e io chiacchierando, pensiamo che forse potremmo farlo partecipare all’album che in quel periodo stavo allestendo.

Sarebbe stato bello fargli fare un’esperienza in uno studio di registrazione vero. Farlo partecipare a un’esperienza di musica che ancora non aveva vissuto. Fargli un regalo. Un momento di spensieratezza. Una piccola cosa, in fondo.

Grazie ad Angelo, riesco a mettermi in contatto con Carmelo, suo padre. Decidiamo di non dire nulla a Giuseppe per non illuderlo. Non sapevamo in che condizioni fosse dopo le sue terapie e non volevamo dargli una delusione nel caso non avesse avuto forze necessarie. Rimandiamo infatti la cosa un paio di volte quando finalmente troviamo il momento giusto.

Giuseppe era stato avvertito all’ultimo secondo da suo padre, io gli avevo mandato un pò di materiale. Niente di che. Volevamo solo che passasse una giornata in uno studio, non che venisse da professionista.

Ricordo di averli presi e portati a Montecatini. In studio. Ricordo il suo ingresso in studio. Emozionato, disorientato. Con gli occhi sgranati sui mixer, sulle chitarre. Il fonico che pazientemente gli spiegava come comportarsi e lavorare.

Le mani che sudavano sulla chitarra, i primi tape fatti nervosamente mentre io e suo padre non smettevamo di ridere, prenderlo in giro e fotografarlo.

Poi, presa confidenza con la situazione, aveva iniziato anche a tirare fuori delle buone idee, tanto buone da decidere di tenerle e provare ad inserirle davvero nel pezzo.

La giornata finisce, Giuseppe contento dell’esperienza mi dice già di come la racconterà ai suoi amici. Io immagino lui che fa il musicista navigato coi suoi coetanei e sorrido. “ora vai a fare un pò il fenomeno” gli dico salutandolo.

Poco tempo dopo, decido di fare sentire le registrazioni a Giuseppe Scarpato che all’epoca stava curando missaggio e produzione dell’album. Lui da musicista esperto che probabilmente non ha dimenticato di avere anche lui vissuto quelle prime volte, s’è messo ad ascoltare pazientemente. Io ero in attesa di una sua decisione. Alla fine mi comunica che si, qualcosa si può prendere.

Non vedevo l’ora di dirlo a Giuseppe. Lo chiamo e gli dico: “senti, sarai nei credits del disco accanto a Giuseppe Scarpato (chitarrista di cui lui era grande fan). Ma mi sa che mi deve firmare la liberatoria tuo padre perchè tu sei minorenne”. Lui senza pensarci un attimo, forse non capendo al volo che lo stavo prendendo in giro mi fa: “Mio padre la firma, la firma. Firma tutto lui.”

La canzone è “il timido pensiero”. Ci sono anche le sue chitarre.

Da questa piccola esperienza ha imparato come registrare, pubblicare. Tanto da aver pubblicato da solo qualcosa di suo in seguito.

Questo è il mio ricordo. Queste sono le immagini di quel momento. Per chi gli ha voluto bene e per chi gliene vorrà sempre.

Booklet Alesci

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Un pensiero riguardo “Un’esperienza con Giuseppe Alesci.

  1. Stupendo.. Grazie Carlo, ricordo ancora quando mi ha raccontato questa esperienza di persona con gli occhi che gli brillavano. E ricordo di un vostro concerto a calderà visto con lui, e la maglietta che gli avete regalato alla fine della serata che poi lui ha dato a me per quanto gli ho rotto le scatole.
    Grazie. I migliori momenti della nostra amicizia sono sempre stati accompagnati dalle vostre canzoni.
    Cecilia

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