Intervista per 06live

Fonte 06 live

mei

“Chi fa musica, deve imparare a dare anche un valore al rischio. Le cose facili non esistono” Carlo Mercadante si racconta

 

Intervista a cura di Raffaella Ceres

Cantautore siciliano, noto come “ quello del disco a rate” , Carlo Mercadante è stato recentemente premiato dal Mei per l’innovazione nella promozione muiscale.

06live lo ha intervistato e ha scoperto un’artista determinato e diretto. Qualità che gli auguriamo lo possano portare verso nuovi e meritati riconoscimenti.

Carlo, sei stato premiato da Giordano Sangiorgi a Faenza il prossimo 26 settembre nel corso dell’anteprima Mei per l’innovazione nella promozione musicale del tuo album “ 7 briciole lungo la strada”. Ricevere questo tipo di riconoscimento, in un momento storico culturale dove spesso si abusa del termine innovazione, è molto importante non credi? Cosa ne pensi?

Infatti “innovazione” è un termine che evito anche io. Mi fa piacere che sia stata notato un tentativo “diverso” di fare promozione e mi fa piacere che, in un modo o nell’altro, riconoscendomelo o meno, tanti stiano attingendo alla modalità che ho proposto. In realtà La questione è provare a “inventare” delle alternative. Una volta “indipendente” o “alternativo” erano termini usati per descrivere una proposta diversa da quella più forte e presente nella musica “commerciale”. Oggi questi termini non significano nulla. Gli indipendenti non fanno che imitare in piccolo le proposte major e alla fine viene fuori Il piccolo lavoro discografico col suo piccolo tour, la sua piccola promozione, col suo piccolo ufficio stampa etc. Non ci sono quasi più etichette indipendenti ma “minimajor”. E sia chiaro che non è una critica, ma una fortissima autocritica. Io facevo così! Poi mi sono detto che se l’indipendente vuole tornare al ruolo meraviglioso di “alternativa”, deve cercare di inventare nuovi metodi. Diversi. Nè migliori nè peggiori. “diversi.” Io mi propongo questo. Che senso ha uscire con un comunicato che verrà  sommerso dalle chiacchiere dei giornalisti sul prossimo battibecco tra Ligabue e Vasco? Meglio dire una cosa in modo diverso. Usando canali diversi.

Credevi possibile che il tuo progetto ricevesse questo tipo di attenzione e che riscontro hai avuto direttamente dal tuo pubblico?

Sono enormemente grato al MEI, ma speravo al contrario che in altri ambienti, se ne parlasse di più. Ho proposto un argomento di discussione che non è stato colto in pieno o di cui forse non si vuole parlare molto. Regole, legalità, lavoro non fa molto “indie”, evidentemente. L’album, nel mio caso, non è il centro del progetto. Quello di cui avrei voluto parlare è la modalità di produzione, le intenzioni dell’idea. Purtroppo, banalmente, i nomi valgono ancora più delle idee e quindi è difficile anche per gli addetti ai lavori, proporre progetti che non hanno un grosso nome dietro. Niente rammarico, mi tengo stretto quello che ho, in fondo sono un artista piccolissimo e ho raccolto tanto. Farò di più la prossima volta, ma anche la critica discografica, deve svegliarsi. L’italia è strapiena di proposte e di modalità alternative. Qualcuno dovrà parlarne.
Il “pubblico” invece ha gradito parecchio. Ho scelto di fare un tour “porta a porta” proprio perchè io sui media non ci finisco di certo, quindi ho preferito direttamente bussare (letteralmente) alle persone, presentare il progetto e parlare di queste cose. Con “Adotta Carlo Tour” Non ho mai avuto un pubblico, ma un gruppo di amici in ogni casa. E’ diverso. Un fan ti segue qualunque cosa tu faccia, un amico ti critica e integra quello che fai, con le proprie opinioni. Con le “adozioni” ho potuto arrivare a questo.

Un tour estivo il tuo, definito ad impatto zero . Puoi spiegarci cosa significa e perché hai pensato in questi termini il tuo recente viaggio musicale?

Un disco “a rate” è un disco che per definizione si dichiara povero. Chi vuole acquistare qualcosa e non può permettersela, lo fa comprandola a rate.
Due modi per fare un disco oggi: o preghi qualcuno che ti produca salvo poi regalare diritti di ogni tipo, o trovi una soluzione diversa. Io ho prodotto un disco facendolo uscire un singolo alla volta. Ho pagato e rispettato il lavoro di tutti e non ho regalato nulla! Uguale per chi compra. Non si spendono 10 euro per un cd? bene, se ti piace, te lo vendo a rate.
Il tour è in linea con questo. Considerando che all’arena di verona ho citofonato e non m’hanno aperto, ho pensato di visitare direttamente a casa, la gente che mi ha chiesto di suonare. Assumendomene i rischi. Il concerto non costa niente. Chiedo di essere “adottato”, termine che esprime consapevolezza di doversi prendere cura di qualcuno (di un musicista, nel mio caso). Chiedo vitto e alloggio, viaggio con il carpooling (offrendo passaggi in cambio di quote), non faccio pagare un ingresso ma ho in vendita il mio disco che non è obbligatorio comprare. Se tutto è fatto bene, non ci vado sotto. A volte ho fallito altre volte ci ho guadagnato. Ma il rischio è mio. La gente valuta onestamente la mia proposta. Senza obblighi. Se mettessi in discussione la cultura e l’onesta di chi viene ai concerti, dovrei smettere. Chi fa musica, deve imparare a dare anche un valore al rischio. Le cose facili non esistono.

Difficoltà e soddisfazioni nel proporre un progetto in questi termini?

Le difficoltà sono enormi e varie. Partendo dal fatto che ho sempre suonato la chitarra solo per scrivere canzoni e quindi non sono un buon chitarrista. Ho dovuto affrontare questa cosa di espormi senza la “protezione” dei miei musicisti. La logistica dell’organizzare un tour “piccolo”, sapendo che devi fare i conti per tornare a casa, adattarsi a palchi casalinghi.
Poi, considerando che ci sto girando un documentario, le difficoltà tecniche di chi maneggia una telecamera senza essere un videomaker, la complessità di fare le giuste domande ai miei ospiti, senza avere la preparazione di un giornalista.
Le soddisfazioni? Superare di volta in volta tutte queste problematiche, e vedere che alla fine di ogni “adozione”, chi mi ha ospitato ha un sorriso enorme stampato in faccia. Sapere che in fondo sono persone che garantiscono per me e si assumono la responsabilità della mia proposta. Potere guardare ognuno dei presenti e far nascere complicità vera. Cose che non ho mai provato quando mi sono trovato davanti a tante persone.

“7 briciole lungo la strada” è un titolo molto poetico che lascia spazio a diverse interpretazioni. Tu cosa hai immaginato?

Mi piacciono le piccole cose che possono essere osservate solo da chi si sforza di vederle. La “briciola” è una cosa piccola, quasi invisibile, vulnerabile. Tanti passano e tirano dritto senza guardarla. Chi è attento, la nota  e può raccoglierla. E’ il mio modo di pensare. Lontanissimo dalla filosofia dei “mi piace”, preferisco sapere che c’è qualcuno che si accosta a quello che faccio perchè realmente interessato piuttosto che perchè quasi costretto. Mi piace propormi, non impormi. Per proporsi servono idee, non urla. Mi stimola. Mi da più soddisfazione uno sconosciuto che mi accompagna sul blog, piuttosto che mille ai quali ho chiesto io di seguirmi.
Chi ascolta deve imparare a scegliere la sua musica e l’artista deve re-imparare a offrirla con delle idee.
Tutto qui. Ho solo seminato briciole per chi aveva voglia di raccoglierle. Se no preparavo panini al prosciutto per tutti e facevo prima.

Quando scrivi cosa prediligi raccontare?

A volte mi piace fare ritratti, fotografie. Considerando che non so ne disegnare ne fotografare, è una bella partita. Mi piace raccontare per immagini. Un esempio è “7 miliardi” o “Disse l’uomo sulla croce”. Amo descrivere più che “scrivere di”. Mi piace osservare e riportare in musica. La scrittura per me è prima esercizio di curiosità e osservazione, poi esposizione di fatti o storie. Per me è un processo estremamente lungo, complesso. Mi piace parlare di atteggiamenti, di debolezze o virtù umane, di persone più che di sentimenti. Anche se i sentimenti risiedono nelle persone quindi…

Tutto il tuo  percorso verrà inoltre raccolto in un documentario a puntate, che hai realizzato “chiacchierando” con gli addetti ai lavori incontrati durante l’ “Adotta Carlo Tour”. “Lo scopo è uno solo – hai dichiarato – educare me stesso ad essere un buon musicista ed educare chi mi segue al rispetto della professione della musica”. Cosa significa avere rispetto , quindi, secondo te?

Il rispetto deriva dalla conoscenza delle cose. Se conosco o almeno intuisco il lavoro che c’è dietro una pizzeria, esco pagando il conto perchè so che non pagandolo potrei danneggiare l’attività e i suoi dipendenti. In musica è la stessa cosa. Se compro o peggio ancora, regalo musica, danneggio il mondo che c’è dietro una produzione (integro la risposta con un mio post. https://carlomercadante.com/2014/03/08/quanta-gente-ce-dentro-un-disco/).
Quando vado in giro con l’ “adotta Carlo Tour”, incontro addetti ai lavori: turnisti, giornalisti, produttori, radiofonici, fonici, etc, ai quali chiedo di parlare del proprio lavoro. E’ un modo per educare me stesso. Poi riporto quello che ho imparato al mio pubblico durante le serate ed è un modo di educare anche chi mi ascolta. Non c’è una serata in cui non venda i miei dischi. Semplicemente il pubblico, oggi, non è al corrente del danno che si crea non retribuendo la musica che piace. Tocca all’artista però saperlo spiegare. Non sarà da “figo indipendente”, ma bisogna farlo.

 

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