Irreality show

Poco fa.
Un uomo steso a terra, l’ambulanza, i paramedici, il massaggio cardiaco e tutta la lunghissima scena del tentativo di rianimazione. Non lo conosco, ma non è importante questo, spero lo stesso per lui, spero che sia solo uno spavento, spero che tra una settimana ritorni a giocare a briscola coi suoi amici.
Inutile.
Il sacco dorato adesso avvolge quell’uomo, portato via. Probabilmente i suoi parenti non lo sanno ancora. Troppo presto.
Attorno a lui ragazzini sorridono, filmano, scambiano battute. Vorrei strappare dalle loro mani quei cellulari e obbligarli a guardare senza nascondersi dietro l’obiettivo dello smartphone. Senza filtri. Come quando si toglie il vetro scuro a chi guarda un’eclisse. Far loro correre il rischio di bruciarsi gli occhi guardando una scena che non merita d’essere trattata come un’eliminazione da un reality o come un filmino da condividere su facebook.
Poi penso che forse non è colpa loro, abituati alle mille camere mortuarie delle serie tv americane.
Giorno dopo giorno, anno dopo anno, li abbiamo educati troppo al cinismo e poco alla compassione.
Ritorno a guardare il sacco. Vorrei che quell’uomo sapesse che nell’istante più intimo e conclusivo della sua vita, c’è chi lo ha guardato con pietà e rispetto.
Una preghiera o un’imprecazione, non ricordo. Vado via.
Riposa in pace, chiunque tu sia stato.

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