Il caffè sospeso, i rimborsi di Belsito e gli alimenti della Lario

Ho appena visto sul tg2 un servizio sul “caffè sospeso”, meravigliosa tradizione  napoletana in cui, chi entra in un bar per bere un caffè, ne paga un altro per solidarietà a chi vorrà berne uno ma non potrà permetterselo. E’ un gesto antico e di una nobiltà immensa che non prevede nemmeno un “grazie” di ritorno perchè chi berrà il caffè e chi l’ha pagato, non si conosceranno.

Nel servizio si raccontava di come questa tradizione sia ripartita dal Veneto, a dimostrazione che generosità e altruismo non hanno mai avuto confini geografici, parlando anche di come molti bar stiano iniziando a far pagare un caffè 50 centesimi.

Ecco, io penso che la crisi sia prima di ogni cosa mancanza di solidarietà, di empatia e poi un fatto economico. Io penso che la soluzione sia prima di tutto morale e poi materiale. Negli ultimi decenni chi ha accumulato tanto ha dato niente in cambio, la vecchia politica non ha saputo pensare ai bisogni delle persone, i politici nuovi invece raccolgono masse per vendere libri.

Voglio dire una banalità. Io penso che la crisi si possa risolvere iniziando a guardarci intorno. Ad essere solidali senza aspettarci nulla in cambio come i napoletani col caffè sospeso.

Mi spiego.

Stamattina leggevo il giornale al bar e l’accostamento di tre notizie m’ha messo i brividi:

Prima notizia: Veronica Lario prenderà 3 milioni al mese dal marito.

Seconda notizia: Belsito, rimborsi gonfiati e solito magna magna.

Terza notizia: Emporio solidale in difficoltà. La coop non da più prodotti prossimi alla scadenza e l’europa non manda più aiuti.

Ora, io non posso certo se la Lario farà della solidarietà e a Belsito penserà la magistratura.

La mia attenzione si è concentrata sull’emporio solidale. La solidarietà è sempre la prima a subire le conseguenze di una crisi mentre il mondo va avanti.

Possibile che si debbano sempre aspettare gli aiuti di qualche azienda o dell’europa?

La mia mente ritorna ad un’intervista di qualche giorno fa al Dottor Barilla a “che tempo che fa”. Un passaggio mi ha particolarmente colpito, in cui spiegava che il cibo alla fine costa pochissimo, ma che sta perdendo valore sociale (non economico). Tre confezioni di pasta costano quanto un caffè, solo che il un’ epoca in cui si fanno file per arrivare ad essere i primi ad acquistare il prodotto tecnologico appena uscito, al cibo nessuno fa più caso. Non ci sono i soldi per i pane ma ci sono i soldi per le suonerie.

Però è sempre dal cibo che iniziano le crisi, perchè tocca tutti, specie  le famiglie che faticano a nutrirsi. E’ il cibo che da l’allarme che qualcosa non va.

E secondo me è anche dal cibo che partono le lotte ai periodi bui… con piccole cose, piccoli gesti.

Madre Teresa, rifiutando la cena dopo il Nobel, disse che con quel pranzo si sarebbero potuti comprare migliaia di sacchi di riso e medicine.

Ma noi non siamo nei panni di quella donna immensa e dobbiamo tornare alle piccole cose. Al caffè sospeso e al concetto che porta dietro.

Chi beveva il caffè ne pagava un altro pensando, comprendendo quindi entrando in empatia con chi non poteva pagarselo.

Dobbiamo per forza fare donazioni telefoniche? aderire a campagne sociali o cose cosi?

Perchè dobbiamo sempre delegare a qualcuno la nostra solidarietà?

Perchè non possiamo far partire dalla nostra quotidianità la rivolta contro la crisi?

Gli anziani sulle panchine, quelli che hanno visto la fame e rifatto l’italia, quelli che hanno fatto la resistenza, quelli che oggi non possono nemmeno partecipare alla “vita democratica” perchè si è trasferita sul web, hanno tanto da insegnare. C’era poco pane e lo spartivano. Basterebbe ascoltarli per capire come sono sopravvissuti ugualmente.

Lo prometto a me stesso: mi guarderò attorno e farò piccoli gesti quando potrò farli.

Sarà poi cosi difficile guardarsi intorno? comprare un pacco di pasta e lasciarlo in una busta attaccato alla porta della pensionata che non ce la fa?

Che ne pensate?

Fonte immagine: http://corrieredelveneto.corriere.it

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