Per introdurre la 4^ delle 7 briciole lungo la strada, dal titolo “L’insonne” ogni notte, pubblicherò un vostro racconto sul tema. Buona lettura.

Notturno – Sebastiano Genovese

Cara notte, oggi sei più scura e immobile del mio cuore e paradossalmente illumini la mia mente. Per la prima voltadecido che di quelle foto ne ho abbastanza, mi mettono tristezza, ma non perché a quei tempi fossi triste.
O meglio, lo ero, e la cosa che più in assoluto mi deprime è provare nostalgia per quei tempi in cui ero così triste. E questo mi da una misura di quanto io lo sia adesso.
Ecco, è questo che m’intristisce. Rimpiangere tempi pessimi.
Ho pensato che fosse una buona idea non rimuginarci più di tanto. Ho pensato che una passeggiata sulla spiaggia sarebbe servita allo scopo. Ho preso il peacoat blu, l’ho indossato, una sciarpa sottile, di quelle che metteresti anche in piena estate ma ci ho ripensato, l’ho lasciata lì. Che senso ha una sciarpa del genere? Perché la moda offende la mia intelligenza?
Esco stizzito. Pochi metri e sono in riva al mare. Vivere difronte al mare, cosa che a quanto pare faccio, è un guanto di sfida alla natura, una guerra fredda. Ho l’arroganza di mettermi accanto a te, mare, puoi arretrare se vuoi ma non avanzare di un passo, altrimenti le conseguenze per te si faranno sentire e saranno irreversibili. Un ragionamento fin troppo baldanzoso per uno che ha perso in partenza, le cose giuste. E’ pomeriggio e il vento sbuffa continuo, senza impennate. Mi stringo nel peacoat ma la brezza sollevata dal mare trova la strada giusta per insinuarsi tra le maglie della mia corazza. Quello che ho detto sulla moda lo penso sempre ma in effetti quella sciarpa l’avrei potuta portare con me, le cose giuste. Il mare scuro, il cielo pure. E’ una di quelle notti che non ci mettono molto del loro, per essere tali. Se non fosse per l’orario, questo potrebbe benissimo passare per un’alba o per un’ora del giorno qualsiasi in Norvegia, nei periodi di notte quasi permanente. Anche il mare non si impegna molto per identificarsi. Se io non fossi in possesso di certe informazioni, potrebbe benissimo passare per un lago di montagna o per un banco di nubi viste da un aereo. La spiaggia invece è lei, non c’è ombra di dubbio su questo. Mi volto indietro, le mie impronte si perdono in lontananza. Sono delle belle impronte e se fosse un quadro o una fotografia, messe così casualmente a significare un passaggio umano attraverso uno scenario imperscrutabile, farebbero la loro porca figura, le cose giuste. Il vento mi da tregua e allento la presa sul peacoat. Mi ha dato molto fastidio, ma nonostante i suoi sforzi non ha mai increspato il mare, nemmeno di una virgola marina, che è l’unità d’increspatura ufficiale del mare. La battigia mi getta un pallone sui piedi, di quelli grandi, a spicchi colorati un po’ da circo, talmente leggeri da far fare bella figura persino a un cinquantenne ex giocatore come me. No grazie mare, non mi va di giocare adesso. Sembra adesso risucchiarsi il pallone a largo e mi pare di sentire il suo disappunto in lontananza. Ci rimango un po’ male. Avrei voluto provare due palleggi ma a che scopo? L’immagine di un uomo di mezz’età impegnato in virtuosismi con una palla da circo, nominando ritmicamente a ogni impatto del piede col pallone il cognome di un calciatore di trent’anni più giovane sarebbe veramente compassionevole, le cose giuste.
– Ma lo faccia, che gliene frega scusi… ma chi la guarda?
– Allora, a parte che se c’è qualcuno al quale non gliene dovrebbe importare niente, quella sei proprio tu…
E poi parla una che sta vestita da ballerina sulla spiaggia, penso.
– E poi parla una che sta vestita da ballerina sulla spiaggia. – dico.
– Ma infatti a me non me ne importa niente, faccio quello che mi pare. Mi sveglio e decido di voler stare vestita da ballerina sulla spiaggia? Prendo e lo faccio!
Ballerina per modo di dire, oh mia cara ragazza dalle gambette corte e grassocce e il tutù sui jeans. Alle altre due estremità (non tanto lontane, le cose giuste) un paio di anfibi slacciati, di due o tre misure più grandi e un viso paffutello ma pallido e delicato, incorniciato da capelli turchesi avvolti in un’unica treccia che va da tempia a tempia. La versione femminile del riporto, in pratica.
– La versione femminile del riporto, in pratica. – mi scappa.
– Che???
– Che c’è?
– Cosa vorrebbe dire “la versione femminile del riporto”?? – mi chiede visibilmente confusa, ma non alterata.
– Ma scusa, mica puoi leggermi il pensiero solo quando ti pare a te. Non te lo dico, la prossima volta stai attenta.
– Ma io non le ho letto nel pensiero… ah ma allora è vero! Avevo ragione!! Si vergognava a giocare, perché lei è un fifone!
Mi ha scoperto, le cose giuste.
– Scusa eh ma che te ne importa a te del mio grado di coraggio, di grazia?
– HAHAHAHAHAHAHAHA – esplose.
– Ma che ti ridi…
– HAHAHhh…digraziahhHAHAHA… manco mio nonno…
Non le voglio più parlare, adesso mi ricordo la ragione per cui se posso evitare i miei simili, lo faccio. Ma perché certa gente prova questo gusto sadico nel dire sempre la verità? Costa così tanto stare in silenzio o dissimulare una carineria?
– CarineriahhHAHAHAHAHAHA
– BECCATA!
– A fare che? – risponde mettendosi le mani dietro la schiena, come a voler nascondere qualcosa che aveva rubato.
– Mi hai letto di nuovo nel pensiero, stavolta non lo puoi negare!
– Ma chi lo nega. Ma prima non le avevo letto nel pensiero, adesso sì.
Non fa una piega, certo.
– Ma come hai fatto, di gr… ehm come hai fatto?
– Le piacerebbe se le chiedessi come mai ha pensieri così rumorosi?
– Ehm… suppongo di no. – rispondo visibilmente incerto sulla veridicità della mia affermazione.
– E allora non mi rompa le palle! – risponde offesa come se l’avessi messa in castigo per un mese e si allontana sculettando e battendo i piedi sulla sabbia, abbastanza caricaturalmente, le cose giuste. Già mi manca.
– No, aspetta… – si ferma, come se le avessi puntato una pistola – non volevo essere invadente… (ma la sto dicendo davvero questa cosa??)
– A quanto pare la sta dicendo davvero… – risponde seccata al mio pensiero – ma ci vuole tanto a collegare bene la bocca al cervello?
– A quanto pare per me è difficile. – rispondo cercando di non pensare una cosa diversa… ops
– Ma perché non si rilassa un po’?
– Sono rilassato.
– Eh lo vedo… – e stavolta può anche fare a meno di leggermi nel pensiero
– Da quanto tempo vive qui?
– Non mi ricordo esattamente, da tanto.
– “Da tanto” è decisamente poco esatto, ha ragione.
– E tu?
– Esattamente?
– Sì.
– Da tanto. – dice, prima di sparire.

Il mare è cambiato, si potrebbe dire che sia increspato almeno a 4 virgole, se questa stupida unità di misura non fosse nota solo a me.
C’è una baracca sulla spiaggia, sembra un rifugio costruito da pescatori con scarti della propria attività e della vita, come un pezzo di barca sulla terra ferma, le assi di legno rinsecchite dalla salsedine sembrano tenuti insieme dalle reti, che le fasciano da parte a parte. Conchiglie e salvagenti a ciambella bianchi e rossi sono l’unica, non troppo convinta, concessione all’art déco, ricoprendo le pareti in maniera eccessiva e ridondante. Un cartello lì accanto dice “Attenzione, in questo periodo dell’anno mare fino a 5 virgole!”. Apro la porta, tirando un’asola di corda messa lì a mo’ di maniglia. Dentro è come mi aspettavo, abbandonata, con un tanfo di pesce marcio e di sangue pestato che aggredisce le narici. Un tavolino, che sembra essere stato fatto con le stesse assi delle pareti e poco altro, tra cui una sedia a dondolo e un quadro dalla cornice grezza, che colpisce la mia attenzione. Il quadro non è firmato e raffigura un uomo in abito da sera scuro che versa da bere da dietro un bancone. L’atmosfera intorno sembra quella di una festa da ballo e mi colpisce il fatto che, mentre tutti gli invitati, diverse decine, sono di spalle o rivolti in tutt’altra direzione, il barista sembra guardare dritto negli occhi l’osservatore del quadro, come se si rivolgesse a colui che in quel momento stava immortalando la scena. Lo sguardo di quell’uomo lo innalza dal rango di semplice figura, sembra attraversare i confini del quadro, innesca una scintilla di vita che trascende la semplice opera pittorica. Sono pressoché certo che quell’uomo esista da qualche parte, in qualche tempo. Mi sposto e sembra seguirmi con lo sguardo, mentre quella massa di persone si gode ancora la festa, incurante del mio rapporto privilegiato col barista. Torno alla porta ed esco. E’ già sera. Scorgo la luce di casa mia in lontananza e sembra quella di una stella appena più grande. Senza il sole l’odore del mare è più denso, lo sento ovunque intorno a me, lo sento anche sulla pelle, incollarsi e aderire come una patina sottile. Lo sciabordio quasi assente delle onde è coperto dai miei passi verso casa, uno dopo l’altro, monotoni e bagnati. L’acqua del mare adesso è più fredda, si asciuga nella parte alta della caviglia lasciando un’impronta di sale che pizzica. Provo a concentrarmi sui miei passi e intravedo dei cerchi concentrici allontanarsi dal centro del mio piede, li seguo con lo sguardo mentre si propagano, fino a quando posso, chiedendomi dove finiranno. Mi immagino il loro il viaggio, in un attimo li vedo già lontani, in posti che riconosco perché vi sono già stato. Vorrei espandermi con loro, aggrapparmi al bordo e farmi portare via da qui, scendere dove più mi piace. Eh sì perché sono anche stato felice, sebbene adesso non riesca a vedere una ragione per cui dovrei non esserlo. Pensare alla propria vita e non sapere come si potrebbe essere più felici di così, ecco, è questa l’infelicità più pura di tutte, quella che ti spari in vena e ti ammazza i sogni all’istante. Eppure un tempo non sapevo cosa fosse. Bastava che il mondo mi facesse appena intravedere la sua bellezza ed io mi scioglievo, tutto il male era andato. Assaggiare la neve, quella soffice appena caduta, pulita, non ancora contaminata, leggere un libro che mi piaceva nel parco, allontanarsi da qualcuno sapendo che un giorno sarei tornato, uscire in strada con una bella notizia, la tempesta di notte quando sei sotto le coperte, il mio piatto preferito, guardare per ore una cosa che ho fatto.
E’ evidente che una volta sapevo esserlo, felice. Com’è evidente che per un’ora non ho camminato verso casa mia, mi sono allontanato un’altra volta. Me ne accorgo solo ora, che una luna grossa come un’arancia irradia i miei passi, dopo un letargo trascorso tra le nubi. Il fondale marino si rivela improvvisamente sotto di me è ho un senso di vertigini, vedo i pesci sguazzare incuranti della mia presenza qualche decina di metri più giù, ammiro risplendere i corpi molli e colorati delle meduse, come percorse da una luce interna, mentre pompano acqua con sorprendente vitalità, le alghe immobili e sospese spuntare tra le rocce come pozze di colore su una tela intonsa. Torno a guardare il cielo e improvvisamente mi sento senza peso, come se i miei piedi si staccassero da quel sottile specchio d’acqua. Cerco di proseguire ma è come se non avessi più direzione, ho perso di vista la linea dell’orizzonte e adesso è come se il cielo e il mare si fossero chiusi intorno a me. Mi sento come se fossi stato sparato nello spazio e abbandonato lì, uno spazio sinistramente colorato, pieno di cose non sue. Cerco l’Orsa maggiore, la stella polare, Cassiopea ma anche il Triangolo australe e la Croce del sud. Nella speranza di conoscere la direzione che ha preso la mia vita cerco risposte nei cieli che in tanti anni ho osservato con occhi ogni volta affascianti, ogni volta innamorati. Non riesco a scorgere niente di familiare, nessun punto di riferimento, solo stelle solitarie alle quali nessuno sembra aver detto che non devono ignorarsi tra loro.
– E’ inutile che t’affanni, vecchiarello mio! – la vista della grassoccia pseudo-ballerina che improvvisamente mi passa davanti, distesa su una gondola veneziana, a questo punto mi sorprende solo relativamente, le cose giuste.
– Ci vorranno diversi anni luce solo per raggiungere quella più vicina. – prosegue dopo aver forse notato la mia aria interrogativa.
– E tu, ovviamente, disponi di un’alternativa… – e nel rispondere mi vergogno di me stesso, per essere in parte convinto del fatto che possa aiutarmi.
– Eh no, non ce l’ho mi dispiace… – risponde con un fare artificioso, gettando la mano all’indietro – ma almeno non mi affanno, sto bella tranquilla e mi godo il paesaggio, qui sulla mia astronave…
Ci metto un po’ a capire che per astronave intendeva quella gondola, condotta da William Shatner.
– Ma tu non sei William Shatner? – gli chiedo, ma solo per cortesia, visto che credo gli faccia piacere che qualcuno ogni tanto lo riconosca. Lui si limita a sorridere e il suo sguardo assente mi rivela che non ho possibilità di ricevere una risposta, se non altro dalla persona interpellata…
– E chi diavolo è Wiliam Shelter??
– William Shatner… – le rispondo incurante del fatto che questa precisazione non fosse assolutamente richiesta – il capitano dell’Enterprise… Star Treck…
– Beh sarà, ma il calcio non m’interessa a me… – mi risponde incurante della stupida grammatica.
– Ti offro un trinchetto, se ti va. – mi dice facendo rimbalzare le sopracciglia sull’entrata di quello che sembrava una specie di locale, che non avevo assolutamente notato prima.
– Non mi chiedi se sono troppo giovane per bere?? – procede incurante del fatto che a domanda segue risposta e così via.
– No aspetta, prima che tu possa dire qualsiasi cosa ci tengo a precisare che non sono una di quelle puttanelle facili, che basta farle bere un pochettino…
– Ma non eri troppo giovane per bere? – domando trovando finalmente in quel fiume in piena lo spazio-silenzio per la mia risposta.
– Tutt’altro, anzi tra un po’ sarò ridotta davvero male. Cioè… non che io sappia davvero quello che succede nel futuro, posso solo prevederlo con ragionevole certezza.
Detto questo, con un balzo zompa giù dalla gondola, tant’è che per un attimo temo per la vita di William Shatner il quale, abituato com’è a gestire ben altre situazioni se la cava piuttosto dignitosamente, le cose giuste. La ragazzoccia mi passa come se fosse invisibile e scompare dietro la tenda del locale. Sì, l’entrata è una tenda, tipo teatro.
Mi rivolgo a William Shatner, senza nutrire la minima speranza certo, ma non vorrei che un giorno mi si venga a dire una roba del tipo “e certo, lì c’era il capitano Kirk e tu ovviamente non gli hai chiesto aiuto e ti lamenti pure…”.
Dicevo, mi rivolgo e gli dico:
-Capitano, può riportarmi a casa?- semplice e diretto, come ogni fan di Star Treck dovrebbe essere.
Mi guarda senza proferire parola, ma ha chiaramente colto la mia domanda. Sembra anzi che quel silenzio sia parte integrante di quello che vorrebbe comunicarmi.
-Cosa ti fa pensare di non esserci già? – mi dice come se queste parole fossero il prosieguo del suo silenzio e completassero la risposta.
-Casa mia non è sott’acqua, me ne sarei accorto credo, perché avrei le branchie e sarei un pesce, non avrei la televisione e non avrei potuto riconoscerti. E probabilmente ci sono tante altre ragioni per cui casa mia non potrebbe essere sott’acqua.
-Home is where the heart is- mi dice con un pesante accento italiano, che ancora non avevo notato.
-Questo lo dice anche la mia porta di casa, ma che c’entra?
Mi sembra di parlare con qualcuno che non è davvero qui, tutto ciò che fa o dice sembra non aver alcun tipo di relazione con ciò che lo circonda. Improvvisamente ho paura, sento un grumo in gola e il cuore che comincia a galoppare, come se le sue parole avessero scatenato una nuova consapevolezza che strugge dentro di me per uscire allo scoperto.
-Rimarrai qui ad aspettarmi, mentre sono dentro?
-Non so se l’hai notato, ma non sono un cazzo di taxi.
Le cose giuste.
Vorrei scusarmi per la pretesa, in effetti mi rendo conto solo adesso eccessiva, ma ho un certo timore di quello che potrebbe ancora uscirgli dalla bocca e mi avvio verso la tenda, limitandomi a salutarlo con un cenno della testa. Lui non sembra rispondere in alcun modo e mentre mi allontano assomiglia sempre di più a uno di quei cartonati bidimensionali a grandezza naturale, che mettono all’uscita del cinema.
-…e andate affanculo! Tutti e due!- sembra proferire in lontananza quella sagoma, apparentemente congelata nella sua espressione.
Mi avvicino all’entrata, sopra la quale campeggia la scritta “La loggia nera”. Mi è familiare, ma non riesco a ricordare.

Sebastiano Genovese.

Ringrazio Sebastiano, amico e autore di ” Nella città che non esiste più, con Nick Horby, solo un attimo fa.”

Carlo

Un pensiero su “Notturno – Sebastiano Genovese

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