La notte dei lampioni – Daniela Esposito

Per introdurre la 4^ delle 7 briciole lungo la strada, dal titolo “L’insonne” ogni notte, pubblicherò un vostro racconto sul tema. Buona lettura.

 

La notte dei lampioni – Daniela Esposito

Patrizia guardava le capriole delle foglie sospinte dal vento. Era la prima notte d’autunno, faceva freddo. Camminava per le strade semideserte nell’atmosfera surreale data dall’oscurità. Aveva preso a contare i lampioni che sbucavano dagli alberi del viale – uno, due, tre, quattro… – recitava una sorta di mantra matematico per allontanare i pensieri dalla mente, per cancellare l’immagine di quella sagoma riversa sul divano, contornata dalle valige di una partenza imminente e definitiva. Non voleva ricordi, non voleva progetti, voleva solo contare i lampioni: cinque, sei, sette, otto…

Aveva sempre avuto paura di andare in giro da sola la notte: che stupida – pensava – nulla come il buio illumina di più la mente. E poi cosa c’è da aver paura? I gatti se ne vanno a zonzo tranquillamente, i merli beccano briciole per la strada, davanti ai portoni delle case i ragazzi, chiusi in macchina, consumano le ultime chiacchiere di una piacevole serata. Nulla di tutto questo poteva trasmetterle inquietudine. Anche gli autisti degli autobus le erano apparsi più simpatici. E di autobus, quella notte, Patrizia ne aveva presi tanti in cerca di nuovi lampioni da contare. Cercava una risposta ad una domanda che non riusciva a formulare. Una risposta in generale: forse sull’esistenza di Dio o sul senso della vita. I massimi sistemi contando lampioni: venticinque, ventisei, ventisette, ventotto…

Accese l’ennesima sigaretta e le venne da sussurrare: cazzo, la devo smettere con questa merda. Dal silenzio le sembrò di sentire nitidamente una voce: e perché? Non ti è mai interessato volerti bene. Si voltò di scatto alla ricerca di un volto, un barbone, un passante, una finestra aperta… nulla! Azi, fu un minuto di silenzio assoluto, quasi irreale, non si sentiva neanche il rumore di una macchina di passaggio, neanche un brusio. Le venne in mente il titolo di una canzone che aveva ascoltato in compagnia qualche giorno prima. Sarà stata La voce del silenzio, si schernì. Ma era un silenzio infinito, un silenzio rumoroso che le fece perdere l’equilibrio e la riempì d’angoscia. Un’auto carica di ragazzi con lo stereo acceso fece ritornare il sereno. Riprese a recitare il mantra per allontanare di nuovo i pensieri. Quei pochi che rimanevano scorrevano lievi. Di quello che sarebbe stato non le importava, voleva solo sapere cosa cercasse. Ognuno cerca qualcosa nella vita, anche Patrizia cercava ma non sapeva bene cosa, una sorta di caccia al tesoro a sorpresa. Quello che fin qui aveva avuto se l’era guadagnato e quello che gli altri ricevono gratuitamente lei, invece, l’aveva “pagato”. Aveva tentato di comprare anche i sorrisi, gli abbracci e l’amore annullando se stessa e finendo sistematicamente in un angolo, accartocciata come un giornale già letto. Le parve di risentire la voce, “non ti è mai interessato volerti bene”, ma questa volta non ci fece caso.

Non voleva che i pensieri la distraessero dalla missione notturna: quarantacinque, quarantesei, quarantasette, quarantotto…

Cercava, senza cercarla realmente. la risposta alla sua “non domanda” ma, l’unica parola che le galleggiava nella mente era PACE. Si interrogò sul significato: una cosa era certa, la pace che cercava non aveva nulla a che vedere con la morte. Cercò di scavare nella memoria e farsi tornare in mente un momento della sua vita in cui, in qualche modo, si fosse sentita in pace. Si concentrò, smise di contare i lampioni e passò in rassegna i fotogrammi della sua vita, un aggettivo per ognuno, ma la parola PACE non venne mai fuori. Forse era quello il tesoro da ricercare, la pace. Ma dove? Dove l’avrebbe trovarla, come avrebbe potuto comprarla o quanto meno barattarla, o quale battaglia avrebbe dovuto combattere per possederla. Impaziente aspettava che il suo cervello partorisse

una strategia ma non riusciva a pensare. Riprese a contare i lampioni: settantatrè, settantaquattro, settantacinque, settantasei… camminava verso casa, stufa della notte che improvvisamente non le sembrava più così rassicurante, ma si sa che il padre di Circe, alla guida del carro luminoso, è un dio dispettoso: compare anzitempo quando le tenebre cullano il tuo cuore e le tue membra e volutamente ritarda quando il buio appare un fardello insostenibile.

Centosessantaquattro, centosessantacinque, centosessantasei, centosessantasette… le prime luci dell’alba, un bar aperto, l’edicolante che sistema i giornali. “Un cappuccino e un cornetto per favore”, sfogliando i quotidiani ancora caldi di stampa. Casa. Letto.

PACE, finalmente!

Daniela Esposito

 

Un ringraziamento e un bacione a Daniela Esposito, giornalista.

La sua attività su http://www.danielaesposito.it/

Carlo

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