Intervista di Andrea Turetta

Intervista con… Sindrome di Peter Pan

Di Andrea Turetta
La band siciliana dei Sindrome di Peter Pan si presenta al pubblico con ”Sempre scattando, sempre in movimento” album d’esordio del gruppo siciliano, un disco con buone chitarre elettriche ed acustiche e dove ogni cosa sembra trovare il giusto spazio. I Sindrome Di Peter Pan sono: Carlo Mercadante autore e cantante, Angelo Mazzeo e Nuccio Lo Presti alle chitarre, Ivano Bucca al basso e Alessandro Calamoneri alla batteria. Ecco l’intervista gentilmente rilasciata…
Per iniziare una domanda classica: com’è nato il vostro gruppo?
Io (Carlo) avevo delle canzoni, scrivo da sempre ma ho le dita di legno e la chitarra mi serve solo per mettere giù i pezzi. Non sapevo come esibirmi. Mi ha incoraggiato Mauro Salamone, primo chitarrista del gruppo, ad affidare le mie canzoni a dei musicisti. C’ho pensato, ho trovato il coraggio di “rivelarmi” ad un pubblico, loro hanno trovato il coraggio di suonare con me ed è nata la prima formazione dei Sindrome di Peter Pan.
C’è voluto molto tempo per preparare il vostro lavoro discografico “Sempre scattando, sempre in movimento”?
Sì, tanto, abbiamo incontrato subito Dino Morabito, produttore e arrangiatore della band ma nonostante la sua esperienza e le sue capacità, era necessario anche per tutti noi un periodo di studio e preparazione. Una maturazione, alla faccia del nome che ci siamo scelti. Non è stato semplicemente “incidere”. C’era da fare un percorso importante, c’era da prendere coscienza e consapevolezza di tante cose. Era necessario… adesso credo che il prossimo lavoro lo realizzeremo in un paio di mesi.
I concerti, in genere, sono importanti per tanti artisti… immagino rivestano una buona importanza anche per voi…
Il desiderio di “condivisione” è la spinta vitale per chi si impegna in una qualsiasi forma di arte. “Dire” delle cose è inutile se non si hanno orecchie disposte a dare attenzione ma proprio per questo bisogna essere attenti, non abusare di un microfono e impegnarsi a utilizzare al meglio lo strumento d’arte che uno si sceglie. Quindi i concerti sono importati per noi quanto è importante la riflessione che tentiamo di suggerire a chi ascolta. Sennò diventa futile esibizionismo fine a se stesso.
Quali pensate siano le cose che piacciono di più di voi al pubblico che vi segue?
Noi ripetiamo spesso che l’importante non è il consenso ma il confronto. Oggi c’è una paura maniacale di non avere consenso delle persone. In qualsiasi campo. Così facendo si dicono sempre le stesse cose, si tende ad assecondare la gente. In realtà il pubblico, che ci si scorda essere fatto di singoli individui, vuole argomenti di discussione, vuole mettersi in moto anche intellettualmente. Noi speriamo sempre non tanto che al pubblico piaccia quello che facciamo, quanto che apprezzi il fatto che siamo disposti a metterci in gioco anche rischiando un parere negativo… Miriamo ad evitare l’indifferenza più che a sentire un complimento (che ovviamente fa piacere se arriva.) Gaber diceva “la libertà è partecipazione” e noi rimarchiamo dicendo “applaudite o fischiate ma siate liberi, partecipate.”
Come vedete l’attuale scena canora italiana? 
Hai a disposizione 6 o 7 pagine? No? Riassumiamo allora…
La risposta più scontata che si possa dare è che siamo al funerale della cultura. Ed è colpa di tutti: I talent show si sono arrogati il diritto di scegliere chi può partecipare alle manifestazioni importanti creando solo stereotipi, i locali non investono in promozione e fanno il minimo per vendere più birre possibili, le band accettano di subire questo modo di fare, Le etichette hanno difficoltà a sostenersi e puntano poco su degli sconosciuti seppur validi, il pubblico ha smesso di ricercare e si accontenta di quello che passano… Oggi non ci sarebbe alcuna possibilità per Battisti, De Andrè, la PFM e altri.
E’ necessaria una rivoluzione culturale. Abbiamo dimenticato che siamo noi a comprare i prodotti che sponsorizzano i reality. Non abbiamo coscienza del fatto che ancora delle scelte le possiamo fare. Oggi i ragazzini sono “Carne da televoto”. Amiamo dire che loro sono il nostro futuro ma ci fa comodo non pensare che noi siamo il loro presente e così facendo non ci occupiamo della loro aria, la cultura.
Certo è che se i BIG della nostra musica avessero il coraggio di NON farsi sentire, magari con uno sciopero della musica vero… tutto sarebbe molto più facile e una rivoluzione potrebbe davvero iniziare.
E a livello nazionale ed internazionale… stiamo uscendo dal periodo di crisi (o secondo alcuni, di profonda trasformazione) discografica?
Questo noi non lo possiamo sapere. Se i discografici stessero meno in televisione e più nei pub dove si fa musica forse troverebbero una soluzione visto che ne hanno i mezzi. L’impressione è che sopravvivano di rendita, che abbiamo il terrore di accompagnare un artista dall’inizio della sua carriera, di rischiare di investire. Si cerca il prodottino pronto… ma non è che siamo mozzarelle di bufala che prendi il numerino e te la servono. Bisogna cercare, cacciare, Ascoltare… e bisogna saperlo fare!!! Dentro i pub discografici non ne vedi più. La mancanza di ricerca crea mediocrità. Vi assicuriamo che in Italia la musica non è per niente in crisi. E’ in crisi chi la propone.
Quando preparate una canzone cosa vi fa decidere se è quella giusta per entrare a far parte di un disco?
Non abbiamo un “metodo”. Le canzoni del nostro primo disco sono state scelte mentre ci difendevamo da una nuvola mai vista prima di zanzare. Apocalittico! Tante volte è meglio lasciarsi andare a un po’ di leggerezza, senza studiare le cose a tavolino. Abbiamo un disco variegato, tanti generi, tante strade. Qualcuno diceva che non aiutava a dare un’identità… ma essere “colorati” E’ la nostra identità.
Quando il gruppo entra in sala prove e lavora ad un nuovo disco presumo ci sia un grande coinvolgimento in quello che sta per nascere o sbaglio?
Sì e no… In realtà non nascono in sala prove. L’ho spiegato prima. Nel gruppo c’è un cantautore innestato in una Band. E’ la nostra formula. Le canzoni entrano nelle orecchie dei musicisti del gruppo in punta di piedi… Per esempio, spesso le canticchio così… mentre gli altri accordano o preparano… e se sento dire “ MA E’ UN PEZZO NUOVO?”, piano piano la presento. Lascio che la canzone se la “tiri” un po’ prima. E’ il mio modo per capire se c’è necessità di affrontare una cosa nuova, di stuzzicare. Poi quando il “paparino geloso” è pronto a lasciarla in altre mani, finalmente la canzone incontra gli zii che la vestono dei suoni che più sentono e si và di arrangiamenti. È il nostro modo di fare le cose. A volte non ha portato a nulla altre volte ci ha dato grosse soddisfazioni… Lo ammetto, i primi tempi dovevano mettermi una camicia di forza per tenermi lontano dagli arrangiamenti… poi è nato un grande rispetto per i ruoli di ognuno… (fino al prossimo disco, ovvio!)
Fare musica spesso è considerato come una necessità?
Lo è! Necessità di “Condivisione”, comunicazione, espressione, bisogno di farsi capire, di far capire. Se non si sente il bisogno di guardare negli occhi una persona che ti ascolta meglio scendere dal palco.
Che importanza riveste oggi l’immagine per chi fa musica?
E’ relativo. Se è funzionale allo spettacolo che vuoi offrire bene. I monologhisti in teatro si vestono di nero per dare risalto a mani e viso. Per dare enfasi alle espressioni.
Noi su ‘sta cosa dell’immagine ci giochiamo moltissimo, trattiamo quest’aspetto con tantissima ironia. D’altronde l’ironia salverà il mondo. E poi con le camicie che usa il Mazzeo non potremmo rispondere in modo diverso.
Alcuni artisti, nel far nascere le loro canzoni, si ispirano anche a libri letti o film visti. E’ successo anche a voi?
Non è ancora capitato anche se capiterà. Per come la penso io, chi scrive non deve mai allontanarsi dall’osservazione diretta e personale delle cose, delle persone e delle storie. Anche inventando se necessario. Meno filtri ci sono e meglio è. Ciò non toglie che sicuramente qualcuno può aver trattato un argomento meglio di come avremmo potuto fare noi tanto da indurci a riproporlo o citarlo. L’arte è soprattutto contaminazione. Ad esempio, durante il nostro spettacolo amiamo raccontare un storiella per bambini (ma assolutamente non solo per loro) scritta da Gianni Rodari. “La guerra delle campane”. In quel caso, per noi, il linguaggio usato è già ottimo. Meglio riportarlo che riscriverlo. L’importante è riuscire a comunicare il contenuto di un messaggio che riteniamo forte piuttosto che provare a fare meglio.
La realtà urbana in cui vivete è fonte d’ispirazione per le vostre canzoni?
Vi invitiamo all’ascolto dell’album per la risposta
Quali le canzoni e gli artisti che più vi hanno fatto desiderare di fare musica attivamente?
Ognuno ha le sue personalissime fonti. Andiamo dal metal alla classica senza provare vergogna… ma la bandana in testa di Mark Knopfler… ha fatto i suoi danni…

 

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