Un' alba con Charlie

“Come stai?” mi chiedono… Rispondo “malinconico ma sereno”… Malinconico per l’assenza ingombrante che ha svuotato le mie ore, sereno per il modo in cui ci siamo lasciati. Perché ha saputo scegliere un momento meraviglioso…
Io amo le albe… Davvero. E’ uno degli eventi naturali di cui non posso fare a meno. Ammirate dopo i falò sulla spiaggia, spesso in montagna quando a svegliarmi sono i suoni della natura e non una musichetta del cellulare.
Da un po’ di tempo dicevo di prendere l’abitudine di alzarmi a vedere qualche alba di tanto in tanto, ma sono nottambulo… scrivo e la notte mi è congeniale per il silenzio, per le parole che si trovano più facilmente e quindi, di alzarmi presto per vedere un’alba non se ne parla.
C’ha pensato lui a regalarmi questo momento…

Cominciamo dall’inizio però.

“Voglio prendere un cane” dissi alla veterinaria 9 anni fa. “Lo terrò qui in negozio. Mi farà compagnia”…
Non pensavo così presto. Matilde (la veterinaria) mi chiama e mi dice che c’è un cucciolo da prendere. Vado, lo vedo, mi ignora e mi dicono “mi spiace Carlo, ma l’abbiamo promesso ad altri”. Vabbè tanto non mi sembrava così socievole…
Mi richiamano il giorno dopo: “non se lo prendono più, se vuoi è tuo.”
Ok… vada per il cucciolo che mi ignora!
Vado e lo trovo seduto in mezzo a una sala enorme… non un passo verso di me. Lo prendo, metto nel bagagliaio, lo porto a casa. Riapro il bagagliaio e insieme a lui, che mi guarda con un noncuranza antipatica, trovo il suo primo bisognino fatto li in nemmeno 3 minuti di strada.
“senti ciccio datti ‘na regolata ok?”.

Come lo chiamo?

Avevo voglia di scherzare quel giorno.
John Fitzgerald Charlie Brown Mercadante Primo! Così impari a cagarmi in macchina!”
“Vabbè… facciamo solo Charlie se no il tempo che ci metto a chiamarti già sei scappato chissà dove” gli dissi pensando ad una famosa gag di Troisi.

Si sa, bisogna viverci bene con gli animali. Un po’ di educazione è bene dargliela. Cercai qualcosa su come addestrare un cane in 5 minuti e iniziai con le cose che mi avrebbero permesso di  convivere decentemente con lui.
Stai, Vieni, Piede, e via col croccantino premio… devo dire che mi dava soddisfazione. Mi sentivo quasi un addestratore di quelli convinti. “Che ci metteranno in queste crocchette?” mi domandai …
Non volevo farne un cane da circo sia chiaro. Mi bastava che non mi saltasse addosso mentre gli preparavo la pappa.

Un giorno mi trovai a corto di “ricompense”. Preparandogli il pranzo, senza nutrire tante speranze, gli ordinai “STAI!”… lui si sedette, aspettò che finissi di preparare. Come misi la ciotola a terra, invece di fiondarsi sul cibo, venne prima da me, mi mise il muso in mano e si prese una carezza. Ci guardammo…e fu la prima volta che non vidi un cane ma vidi Charlie…

Per la prima volta mi resi conto che non c’era bisogno di stimolare riflessi condizionati o bilanciare premi e punizioni… dovevamo semplicemente imparare a capirci… lui voleva la mia approvazione, io volevo essere capito… Fine degli ordini, iniziammo a parlarci.

Da quel momento non eravamo più io e il mio cane ma io e Charlie…
C’è un momento, che vale per tutti quelli che hanno un animale che sia un cane un gatto o un pesce rosso, in cui ti rendi conto che oltre alle comuni caratteristiche proprie di quel determinato esserino, ci sono delle particolarità uniche… Charlie abbaiava, scodinzolava e correva dietro ai bastoncini e fino a qui è tutto normale. Poi però col tempo sono venuti fuori quei tratti che lo distinguevano. Ogni persona conosce le particolarità del proprio animale. Io imparai a conoscere le sue e… e lui imparò a conoscere me. Per tutti era un cane. Per me era Charlie.

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Ci somigliavamo? può essere!

Sapete, lui non leccava la mano o la faccia… m’avesse mai dato ‘na leccata! No mai! Non gliene poteva fregare di meno. E nemmeno a me onestamente. Il nostro modo di stare bene insieme era fare attività fisica: frisbee, palline, corse, salti… lui correva più forte e io ero costretto a fare le entrate da cartellino rosso per fermarlo.

Dispetti? Tantissimi!

A mare con me in acqua non c’è mai entrato. Certo mi guardava un po’ sofferente perché non mi poteva raggiungere… e allora uscivo, lo prendevo e ce lo buttavo a forza. Lui usciva e si sdraiava sul mio telo.
Odiava essere sollevato. Come lo toccavo per tirarlo su lui ringhiava… Brontolava. E io lo facevo incazzare apposta. Dopo un paio di ore di “non ti do confidenza”, magari mentre stavo al pc arrivava la vendetta. Un pupazzo tutto sbavato spinto col suo muso contro le mie mani. “Che schifo Charlie!”… “siamo pari”

Una gran testa di cazzo! Una volta avevo da lavorare e lui voleva assolutamente giocare. Gli tirai una pallina dove non poteva prenderla. Su un albero. L’ho lasciato li… dopo credo sei ore, sentii il rumore tipico di una pallina che rimbalza a terra rendendomi conto che mi ero completamente scordato di lui… era rimasto lì a cercare il modo di prendere quella palla e alla fine c’era riuscito. Davvero, non so come. Mi ricordo d’avergli detto “ma come cazzo hai fatto?” mi ricordo anche che mi girò le spalle sdegnato guardandomi come per dire “fanculo tu e la pallina”

Ci capivamo? Assolutamente!

Capiva le mie parole. Non l’ho mai portato al guinzaglio e questa era una grande prova di reciproca fiducia. Lui non si allontanava, io guardavo per lui i pericoli. Si fermava sul bordo del marciapiede, controllavo che non ci fossero macchine e come gli dicevo “vai” scattava senza guardare… se non è fiducia questa…

Distigueva gli oggetti. “PALLA” erano la pallina da tennis e il pallone sgonfio. “OSSO” era il bastone, L’osso e la pigna. Una volta avevo voglia di giocare e gli dissi “OSSO”… non si trovava… mi guardava… “ma dov’è OSSO?”… “Charlie io non so manco dove metto le chiavi mia figurati dove metti tu il tuo osso”… dopo un paio d’ore me lo portò mentre stavo dormendo…

Mi capitava talvota di avere il broncio per qualcosa: una partita storta, pensieri al lavoro o altro…
Lui arrivava, metteva il muso sulla coscia e mi fissava con aria attapirata… io gli dicevo sempre “SEI UN GRAN PARACULO”… ora, dovete sapere che la sillaba “PA” è sempre stata la sua preferita (PAlla, PAppa)… alla parola PAraculo correva a prendere la Pallina e via… “a facemunni sti du tira” (facciamo questi due tiri)

Capitava che anche lui non fosse dell’umore giusto. Magari un cane aveva pisciato sul suo muro, una pallina non si trovava… insomma, i suoi problemi. Io andavo da lui mentre era triste e stravaccato e cominciavo a tirargli un pelo per volta (che vi garantisco per gli animali è davvero fastidioso).. Un pelo “Grrrr”…un altro pelo “GGGRRRR” un altro pelo “GRRRRRRR” e via una lotta furibonda a terra che quasi sempre finiva con me steso e lui addormentato col muso nella mia ascella…

È stato con me in posti impensabili. Ha dormito con me in tenda e ho faticato per tenerlo lontano dal mio sacco a pelo. Felicissimo di dormire alla mia stessa altezza.

Una volta, durante un concerto, è salito per mettersi vicino a me mentre cantavo… fine del mio egocentrismo! S’è preso tutta l’attenzione lui! Il bastardo!

Gli ultimi 2 anni sono stati fantastici. Prima aveva vissuto da mia madre. In sicilia abitavo in appartamento e non volevo che lui non avesse uno spazio grande. Mia madre aveva un cortile. Stava li. Anzi per l’esattezza viveva in una stanza in giardino di cui ho già parlato nel mio blog (http://carlomercadante.wordpress.com/2012/01/27/quella-stanza-fuori-dal-caos/#comment-7).

Ho dovuto trasferirmi a Prato e non volevo lasciarlo. Ricordo di essermi ammattito per trovare una casa che mi permettesse di tenere il cane. Un giardinetto volevo. Mica un parco! I proprietari delle varie case che vedevo mi dicevano regolarmente “No mi spiace niente cani” e io “Ma non è un cane, è Charlie”… vaglielo a spiegare…

Poi il colpo di fortuna finale, un pensionato buonissimo a cui non gliene poteva fregare di meno di che animali mi sarei portato. VIA! ci si trasferisce tutti! L’occasione arriva durante un tour. Tappa a Piano di sorrento. Lui in macchina con me. Caldo, la strada lunga. Insomma si soffre. Mi fermo in paese e lo lascio in una pensione per cani. Credo di non essere mai stato così in pensiero all’idea di lasciarlo con degli sconosciuti. L’indomani la macchina si guasta, meccanico da cercare di domenica, La tizia della pensione che mi minaccia di lasciarlo fuori, io che la minaccio di denunciarla se non me lo sorveglia… che casino…

Riprendiamo il viaggio. Arriviamo nella nuova casa, apro il bagagliaio, scende, piscia e risale in macchina… “no guarda Charlie, non era una tappa per i bisogni. Siamo proprio arrivati!”

Era diventato la star del web. Lo ammetto l’ho invidiato. Io scrivevo il post del secolo e raccattavo 2 “mi piace”, poi mettevo una foto di lui con un berretto e sfondava di commenti! Invidia tremenda invidia! Qualcuno mi accusava di forzarlo nelle pose divertenti ma non è così. La macchina fotografica era un gioco. Quando vedeva che la prendevo lui si metteva seduto, lingua in fuori e coda in movimento pronto a farsi fare qualsiasi cosa. Era un’occasione anche questa.

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Tra me e il mio caffè pomeridiano c’è un parco in mezzo. Era l’occasione per uscire insieme. Due lanci di pigna (osso!) durante il percorso e si arriva al bar. Io entro, lui, come sempre, aspetta fuori. Da un anno a questa parte la barista mi dice ogni giorno: “ma che bono il tu ‘anino… t’aspetta? L’hai ‘nsegnato bene…” e io “no, è che abbiamo un patto: lui aspetta me che leggo la gazzetta e io dopo aspetto lui che deve marcare tutti gli alberi del parco” (orgoglio.)

Una volta pioveva… la barista lo fa entrare. I vecchietti del bar (che ormai lo conoscevano) iniziano a fargli coccole, lui contrariato esce e se ne va… Esco e gli urlo “MA DOVE VAI?” lui mi guarda e prosegue… credo sia stata la prima e unica volta che mi abbia mandato affanculo in modo così eclatante…

L’ultimo periodo era sempre stanco… maledetta leishmaniosi diagnosticata tardi… stava in piedi per ore e fissarmi. Un sintomo della malattia. Stanno in piedi perché fa male la schiena.
I miei lanci di palla al parco diventavano sempre più corti… li adattavo alla sua forza che piano piano mancava…
Correvo sempre più piano perché lui non smettesse di provare a sorpassarmi come sempre. Non voleva rinunciare al gioco. Erano i nostri momenti, ma non ce la faceva…

Lo prendevo spesso in braccio per spostarlo. Non ringhiava più. Essere sollevato adesso era una necessità.
Io stavo seduto a terra e lui appoggiato sulla coscia. Ci guardavamo in continuazione come quella benedetta prima volta in cui eravamo diventati indissolubili. L’uno per l’altro.

Quello che sono stati quegli ultimi giorni è e rimane privato. Esclusivo come il rapporto che ogni persona ha con il proprio animale, sia esso cane, gatto o pesce rosso.

Charlie non mi era fedele, mi era amico.
Io non ero il suo padrone, ero il suo compagno.

Nei suoi ultimi momenti mi cha cercato finchè le gambe non gli si sono piegate sotto il peso della stanchezza. Cercavo di non muovermi per evitare che si alzasse a chiamarmi.

Insieme.

L’ho accarezzato mentre vivevamo l’ultimo momento d’amore uno accanto all’altro.

Finchè i respiri non sono diventati i miei più pesanti e i suoi più deboli, un ultimo sguardo… e silenzio…

Pochi minuti dopo, con lui tra le mie braccia, vedevo fuori l’alba di una giornata che sarebbe stata bellissima… “c’è voluto Charlie per farmi vedere un’alba” ho pensato.

…vuoto…

Ieri, andando al palazzetto per allenarmi, mi sono trovato a passare per il parco, per la prima volta senza lui.

Ho percepito una presenza scodinzolante che mi girava attorno. Ho sorriso…
Lui non era il mio cane, era Charlie.

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One Reply to “Un' alba con Charlie”

  1. Ciao Charlie. Grazie Carlo per averci raccontato di lui e di te. Chi, come me sa cosa vuol dire vivere un rapporto speciale con un amico a 4 zampe può capirti, ma le tue parole sono molto importanti soprattutto per chi invece non sa cosa sia… credo che noi tutti che abbiamo avuto la gran fortuna di un simile dono nella vita dobbiamo tentare di raccontarlo e spiegarlo a chi non lo capisce… Lo dobbiamo ai nostri grandi magnifici dolcissimi amici pelosi.

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