E’ solo un disco che gira…

Ritualità… ritualità ritrovata.
Persa tanto, troppo tempo fa in una mansarda le cui finestre fissavano le notti malinconiche di ottobre e oltre un mare che nascondeva all’orizzonte Lipari, Vulcano e le altre sorelle. 
Quanta delicatezza nel tirare fuori un vinile dalla sua confezione. Niente di immediato, nessun file che brucia la velocità della luce.
Un vinile. Tolgo la custodia dalla sua busta e il disco dalla sua custodia. Gesti lenti. Delicati. 
Ho di nuovo in mano l’idea di trattare con delicatezza un oggetto che se si rovinerà non mi consentirà di trasmettermi suoni, ricordi, emozioni.

Ritualità… 
Come quella di tanti, troppi anni fa in quella mansarda.
Ottobre si era portati via i pochi amici dei mesi precedenti. Occasionali. Giusto per non sorridere all’estate da soli.
Ragazzi. Ginocchia gonfie di abrasioni e sangue che le cadute in un campo da calcio in pietra e terra ci procurava. Partite su partite sotto il sole. E gli intervalli fatti di pochi minuti nell’acqua di mare che ci faceva urlare di dolore mentre ci disinfettava le ferite. Irrinunciabile, doloroso divertimento. Necessario per rinfrescarsi prima di riprendere il gioco e spaccarci la pelle con il sole e il sale addosso.

Appoggio il disco sul piatto. sollevo il braccio e affino l’occhio per non sbagliare il contatto. Il bacio perfetto della puntina sul vinile. Quello che prepara a un orgasmo di musica e parole che vengono fuori da un paio di casse squadrate e imponenti.
E la testa torna ancora indietro. Fuori da quella mansarda c’era un piccolo terrazzino. Arrampicandomi sul muro potevo sedermi sul tetto. Tre piani sotto di me. Vertigini, paura. Alla paura ho sempre dato la faccia, mai le spalle. Per istinto. Più feroce è lo spavento più gli vado incontro. Che senso ha scappare. Tanto la paura corre almeno quanto te. Tanto vale farci amicizia.
Quelle vertigini me le ricordo e mi ricordo la musica che quella volta quel giradischi faceva suonare. La stessa di stasera. La stessa che stasera ritrovo ammantata da piccoli gesti uguali a quelli di sempre. Rituali. Appunto.

La puntina inizia la sua corsa statica. L’illusione che sia lei a girare quando invece è il disco che effettua disegni circolari.
La voce di Mark Knopfler in “brothers in arms” racconta la sua storia. Il vinile gracchia la sua perfezione. Ancora accoratamente mi ritrovo nella mia, mia mansarda.
La malinconia mi avvolge mentre quel suono mi consola. Tuoni, pioggia. La meraviglia di un autunno che appartiene a me come il più intimo dei sentimenti.
Mi rivedo infreddolito con una coperta addosso e un abat-jour che sa solo diffondere una tenue, leggera e protettiva luce blu.
Nel resto della casa silenzio. I miei fratelli e le mie sorelle chissà dove. Mia madre… mio padre. No lui no. Già non c’è.

Ritualità…
Il braccetto arriva al termine del disco. Mi alzo. lo sollevo con cura. Con due dita mi riapproprio del disco e lo metto a riposare nella sua custodia.
Come in quella mansarda. Anzi no. Quella volta non sollevai il braccetto. Lo lasciai mormorare oltre ogni solco. Non aveva più nulla da raccontare ma lo lasciai li. Mentre la sua nenia continuava a scricchiolare io chiudevo gli occhi per addormentarmi. Umici i miei occhi. Umide le mie finestre.
raccogliere il calore sotto la coperta e dormire. Dopo aver pensato. E’ solo un disco che gira… Niente di più.
E poi dormire…

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