Cosa c’è dietro quella porta?

C’è una stanza con mensole coi libri, cd, soprammobili. Sulle pareti le foto più amate, i disegni, i quadri.
Dentro un’altra stanza?

mobili, collezioni, ricordi. Dalle finestre si vede la collina verde della primavera appena arrivata.

E dietro quell’altra stanza?
… lì no… lì non si può entrare…

Case mostrate a nuovi ospiti. Linde, ordinate in modo poco credibile. Quasi non fossero mai state vissute.
Agli amici invece spesso è riservato il disordine, la quotidianità perché le persone care ti conoscono per come sei non per come ti mostri.
Ma non in tutte le stanze si può entrare. No!

Rimane un angolo riservato e nascosto agli occhi degli altri. Che siano estranei o amici non importa. Non sempre si può curiosare. Non sempre è giusto chiedere di entrare.

Case… anime… uguale.
Quando ci troviamo di fronte a una di queste stanze rimaniamo spiazzati come la sposa di Barbablù: “Puoi entrare in tutte le stanze ma non in quella.” gli venne detto.
Magari abbiamo anche la chiave di quella stanza. Magari ci è stata data proprio da chi non vuole farci entrare… così, giusto per fare i conti con il libero arbitrio o con quell’atto di fiducia di chi ti dà la possibilità di scoprire un segreto ma ti chiede di non farlo.

Anime… angoli… cosa fare?
Dietro quella porta c’è un’anima che incontra se stessa. I suoi momenti. I suoi segreti. Bussare? Sbraitare? Chiamare? Andarsene o aspettare?
Magari offendersi per essere stati chiusi fuori, sentirsi inutili e maltrattati o magari con garbo, senza giudicare, capire che non si tratta di noi ma di uno spazio intimo e inviolabile destinato, forse, a rimanere tale.
Quindi prendere una sedia e sedersi di fronte a quella porta e cercare di capire. Farsi domande. Perché è li dentro? Cosa sta facendo? Sta piangendo? Ride? Si prende gioco di me? Vuole che bussi? Che entri? O vuole che vada via? Si aspetta che parli da dietro la porta? O che in silenzio ascolti i rumori dentro?

Stanze… segreti… rispetto.

Smettere di fare pensieri, invadere le intenzioni altrui e forzarsi di comprendere. Ricordarsi che anche noi abbiamo una stanza in cui nessuno può entrare e finalmente provare rispetto. Empatia.
Spostare la sedia che ci teneva seduti di fronte a quella porta quasi a costringerci ad affrontare una situazione di cui sappiamo nulla e in cui non siamo previsti e spostarla accanto. Poco distante dalla maniglia. Pronti ad ascoltare se il nostro nome viene nominato per essere invitati ma abbastanza lontani da non sorprenderci ad origliare.
Accanto alla porta. Con amore. Rispetto, appunto. Per un’anima che in silenzio incontra se stessa e nessun’altra.
Accanto a una stanza nella quale, se un giorno potremo entrarci, sarà perché da dentro qualcuno l’avrà lasciata socchiusa. Per noi.

 

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