Ho appena saputo della scomparsa di Giorgio Faletti.

Non sono particolarmente avvezzo alle social commemorazioni quando un personaggio muore, anche se non critico questo modo di fare.

Lo dico subito: Non ho letto tutti i suoi libri, lo seguivo distrattamente ai suoi esordi ma ne ho appezzato la scrittura in campo musicale, soprattutto nella collaborazione con Branduardi (Il dito e la luna).

C’è però un episodio preciso nella mia vita, con una data precisa, che per me è stato importantissimo perchè mi ha dato dei criteri per valutare la differenza tra il piccolo comico e il grande artista.

Lo racconto.

Era il 23 febbraio 94. Scrivevo le mie canzoncine, niente pretese.

Era il primo giorno del festival di sanremo. Lo seguivo.

Quando arrivò sul palco Giorgio Faletti, il pregiudizio, lo stereotipo e anche l’abitudine, mi stamparono un sorriso in faccia come per prepararmi all’ennesima canzonetta scacciapensieri.

Ero abituato a Vito Catozzo, a canzoni come “Tette a lampadina” e “Ulula”… che potevo fare. Mi aspettavo quello.

L’intro prometteva. Sembrava il classico inizio “serio” da sdrammatizzare in modo irriverente nello sviluppo successivo.

Cominciavo a sospettare, però. Mi dicevo “sta a vedere che stavolta m’ha fatto la canzone impegnata. Che palle”.

Al primo “Minchia” m’ero ripreso, convinto che stessero arrivando una serie di strofe una piu sconclusionata dell’altra (senza offesa eh, un comico fa questo, no?).

E invece più il pezzo andava avanti più ne intuivo l’importanza e l’impegno vero…

La mia faccia passava dal sorrisetto preconfezionato alla fronte sempre più corrugata… Non ho una buona memoria, ma questo lo ricordo benissimo.

Fine del pezzo. Standing ovation. Mi aveva fregato. Mi sono anche sentito umiliato per averlo dato per scontato. Per aver pensato per stereotipi. La mie testa s’era messa a pensare senza il mio permesso.

Fu una grandissima lezione, specie quando capì di cosa parlava il testo.

Da quel momento, di ogni comico, da Totò e Franco e Ciccio a quelli contemporanei, ho sempre  cercato e aspettato i ruoli drammatici, convinto che chi è dotato di grande autoironia e di vera comicità, goda del dono della “osservazione totale”. Genette diceva che “Il comico è il tragico visto di spalle.” (pochi  esempi per rendere l’idea: Aldo di “Aldo giovanni e Giacomo” nel suo ruolo in Baaria, Frassica nello stesso film. Benigni in “La vita è bella” Franco e Ciccio ne “La giara”.)

Ecco perchè prima di dire di un comico, che si tratta di una grande artista, aspetto di vedere come dice qualcosa di drammatico.

Quella data mi ha segnato e insegnato.

La sensazione di sorpresa è una cosa che cerco sempre e che cerco di avere e di dare. Anche a costo di mettere in imbarazzo.

Sorprendere è la cosa più difficile e bella da realizzare per chi pretende di definirsi artista.

La sensazione di un cervello rilassato che all’improvviso mette a muovere i suoi ingranaggi.

Il bisogno di fare delle ricerche subito dopo aver ascoltato un testo. Di saperne di più. Si essere stati stimolati alla conoscenza.

Tutti criteri che oggi uso per valutare un artista che ho davanti o che cerco di provocare quando altri mi ascoltano.

Tutte cose che ho iniziato a capire il il 23 febbraio ’94

Minchia, te ne sono grato.

“Per ogni matematico” Branduardi – Faletti.

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