Evidentemente avevo voglia di viaggiare quella sera.

Preso dai (fortunatamente) tanti impegni musicali però, non potevo proprio permettermi di allontanarmi da casa. In altri momenti avrei preso la macchina o la moto o le mie scarpe da trekking e sarei sparito dentro il buio confortevole delle autostrade. Avete presente? quando sono solo vostre?… Quando proprio non c’è nessuno?…

Quella sera non potevo. Gli impegni in studio erano troppi e proprio non potevo scappare.

Trovo casualmente su internet un concerto in programma a un’oretta di tempo da casa mia. Abbastanza lontano da darmi l’illusione di partire abbastanza vicino da non permettermi colpi di testa e fughe.

Si parte per Vicchio, si va al teatro Giotto, suona Finaz.

Non so nulla dello spettacolo se non che si tratta della presentazione del suo album Solista dal titolo “Finaz guitar solo”. Confesso d’aver sorriso sul titolo dell’album. “Io m’ammazzo a cercare titoli e questo si presenta col titolo più semplice del mondo”, penso. 

Parto, viaggio, ascolto i Creedence in macchina, naturalmente mi perdo (fisicamente e metaforicamente), rivolgo irripetibili parolacce alle inevitabili interruzioni che TUTTE le sante volte che sto per arrivare da qualche parte, incontro.

Ritrovo la strada, parcheggio. Tutto Sommato sono in orario. Troppo in orario. Tanta gente. Ho paura di non trovare posto. La gentilissima signorina della biglietteria mi comunica che sono rimasti posti solo nell’ultima e nella prima fila. Mi chiede quale fila preferisco. Penso “ma che cippetta di domanda mi fai?”.

Prima fila. Posto centrale. Entra Finaz. Allaccio le cinture. Inizia il viaggio.

Come prima cosa Finaz, scherzando, si scusa per la poca fantasia del Titolo dell’album. M’ha fregato. Lo perdòno.

Per quanto bravo possa essere un artista, ho sempre mille dubbi quando presenta un progetto in modo molto semplice, ma è qualcosa che lego al fatto  di voler essere smentito. E’ il mio modo di imparare. Mi piace darmi la possibilità di essere sorpreso.

Finaz propone il suo Album come un viaggio che parte dai Balcani e si dirama tra Argentina, Jamaica, America, Inghilterra e un’infinità di altri posti.

La cosa mi colpisce da subito, perché era esattamente quello che avrei voluto fare quella sera. Partire.

Senza saperlo mi sono ritrovato a fare il giro del mondo sulle corde della sua chitarra.

Il viaggio si sviluppa. Finaz mostra il meglio di se, impressionando il carinissimo teatro con tecnica e velocità e addolcendo l’ambiente con momenti più riflessivi. Grande spazio all’inventiva, ai suoi effetti, alla sua presenza.

Tra un delay studiato e un rumore improvvisato, lo spettacolo va avanti. Smetto di fare lo spettatore distaccato (ci provo sempre ma non ci riesco mai), mi slaccio le cinture e mi lascio trasportare.

Nessuna esagerazione. In fondo ogni artista è la misura di se stesso e non c’è proprio pericolo che Finaz possa dar l’impressione di strafare anzi, Più fa e più aumentano le vertigini. Nonostante l’altezza però, si ha sempre l’impressione di essere tenuti per mano. In sicurezza. E’ un ascolto gradevole. Le orecchie lo percepiscono senza disorientarsi.

Gli argomenti cambiano e anche se usa il microfono solo presentare e presentarsi, parla la sua chitarra, mentre nell’ombra ce n’è un’altra a guardare, forse con un pizzico di invidia (scoprirò dopo che sarebbe servita per i bis. Ha avuto il suo momento).

Mi sembra di passare da una mongolfiera a uno jet. Da una zattera a un catamarano… Comunque sono in viaggio.

Il percorso finisce con omaggi e cover. E’ durato il giusto per voler ripartire. Non sono sazio ma non ho fame. Gusto quello che ho sentito.

Non cedo alla tentazione di volerlo salutare, compro il cd e vado via di premura. Voglio evitare che il brusio della gente contenta mi entri nelle orecchie. E’ notte tarda e voglio “digerire” con il silenzio che segue.

Mi metto in strada. Rimugino un po’ sui suoni, sullo spettacolo.

Torno a casa.

Carlo

https://www.facebook.com/FinazOfficialPage

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