Un’immaturità che si apprezza

Chi l’avrebbe mai detto che cinque musicisti siculi avrebbero rivoluzionato i paradigmi del rock-folk italiano?
Il loro primo album è il manifesto di tale cambiamento: la sincerità dei pensieri espressi nelle dieci tracce si amalgama alle innovazioni, lievi ma percepibili, sul piano tecnico e comunicativo.

Le linee disegnate dalla cooperazione di un trio di chitarre incontra il ritmo cavalcante della batteria, la quale infine sprona il basso a seguire l’intero ensemble. C’è spazio per il violino, protagonista di “Fiore Di Primavera”; c’è l’intenzione di conciliare la tradizione popolare con la modernità; c’è, sicuramente, tanto sarcasmo misto ad ironia.

Ingredienti che, miscelati nelle giuste proporzioni, danno vita a un lavoro per nulla male.

 

Il caro vecchio rock non disprezza i suoi fratelli di sangue. È così che, di fatto, vengono chiamati in causa pure lo ska positivista, preponderante in “Gambe All’Aria”, ed il melanconico blues (“Mamazuna” ne è un esempio); “Le Nuove Stagioni”, invece, evocano atmosfere quasi elfiche.Il quintetto sa farci con la sperimentazione, sia strumentale – perché va oltre agli elementi basilari – sia testuale – alcune liriche sono praticamente poesie -.
Ci auguriamo di rimanere della medesima opinione a venire.

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